L’esercizio fisico, specie se aerobico, è parte integrante del piano di trattamento del Diabete Mellito.


La prima osservazione storica sull’argomento risale alla prima metà dell’800 ed è presente nel libro “Memoires d’un diabetique” in cui l’autore, medico e diabetico, riferiva che dopo un pasto abbondante (accompagnato da vino borgognone) era solito percorrere di corsa i boulevard esterni di Parigi e ne provava grande giovamento sul suo fisico.
La prima osservazione scientifica risale invece al 1926 (solo 5 anni dopo la scoperta dell’insulina), anno in cui Lawrence, medico inglese e diabetico, pubblicò sul British Medical Journal un articolo in cui dimostrava su se stesso che una iniezione di 10 unità di insulina pronta produceva un abbassamento glicemico molto maggiore e più rapido se era seguita da un esercizio fisico piuttosto che se si restava a riposo.


Per il sinergismo d’azione del lavoro muscolare e dell’insulina l’esercizio fisico venne considerato un “pilastro” della terapia del diabete.
Negli anni ’70 e ’80 il miglioramento degli schemi terapeutici fece un po’ dimenticare l’importanza terapeutica dell’esercizio. Nell’ultima decade, invece, l’attenzione del mondo diabetologico italiano si è focalizzata sulla qualità della vita e dunque anche su un aspetto non secondario di essa, quello dell’attività fisica e sportiva, ciò anche grazie all’impulso promozionale dato dall’Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici.


La pratica dell’esercizio fisico sicuro, infine, richiede oltre alla motivazione ed all’attitudine, che il paziente venga addestrato all’autocontrollo e all’autogestione e quindi rappresenta un forte volano di educazione terapeutica.

Ruolo dell’esercizio fisico nel management terapeutico del diabetico tipo 1: da quanto precedentemente esposto, si evince chiaramente che per praticare una attività fisica sicura è necessario un notevole bagaglio di conoscenze filtrate attraverso la “sperimentazione” quotidiana e intelligente dell’autocontrollo glicemico e dell’autogestione di insulina e apporto di carboidrati fino a “sostituire” con il ragionamento l’automatismo della funzione pancreatica.

Seppur difficile per le molte variabili da considerare, questo processo conduce il diabetico insulinodipendente sportivo ad un esercizio continuo di educazione terapeutica che può produrre dei vantaggi sul compenso metabolico sicuramente maggiori di quelli prodotti dall’esercizio stesso. L’attività sportiva, specie se prevalentemente aerobica e condotta a livello amatoriale, produce inoltre aumentata sensibilità insulinica e quindi riduzione del suo fabbisogno, cosa che, insieme all’aumentato dispendio energetico, riduce la tendenza all’aumento di peso tipica del diabetico IDDM ben compensato; essa inoltre aumenta la massima capacità di consumo di ossigeno (VO2 Max) ed allena il cuore, cosa che, unitamente al miglioramento del profilo lipidico ( Hdl e Trigliceridi) è particolarmente favorevole in soggetti esposti alle complicanze cardiovascolari.

Ulteriori, non trascurabili, vantaggi sul piano psico-sociale sono il miglioramento dell’autostima, la riduzione dei livelli di ansia e depressione, una maggiore socializzazione che fa sentire meno il peso della malattia cronica.

Benché quasi tutti gli sport siano consentiti all’IDDM (salvo forti riserve per gli sports motoristici, pugilistici e subacquei) l’operatore sanitario in diabetologia che spesso ha una grande familiarità con il paziente deve sempre orientare le scelte verso sport aerobici (vedi tabella) che sono più consoni al metabolismo del diabetico e possono essere proseguiti anche in età adulta e matura contribuendo così alla prevenzione cardiovascolare. L’operatore O.S.D.I. ha un ruolo nei programmi educazionali degli sportivi diabetici sia per le modalità di autocontrollo glicemico e chetonurico sia per i programmi di adeguamento alimentare e può, se esso/essa stesso sportivo/a partecipare ad attività comuni condividendo problematiche e soluzioni che certamente lo/la arricchiranno di esperienze professionali ed umane anche in considerazione che la risposta glicemica allo sport è assolutamente individuale.

DIABETE MELLITO DI TIPO 2

Premesse fisiopatologiche

In questo tipo di diabete, come è noto, il difetto centrale è dato dall’insulinoresistenza periferica che determina dapprima iperinsulinemia compensatoria e successivamente insulinodeficienza relativa ed iperglicemia.

Ogni singola seduta di esercizio fisico abbassa la glicemia per l’aumento del consumo muscolare di glucosio e le sedute successive e protratte nel tempo (training) riducono l’insulinoresistenza attraverso una maggiore espressione sulla superficie cellulare di glucotrasportatori (GLUT 4). Ciò innesca un circolo virtuoso poiché riduce a cascata l’iperinsulinemia, la tendenza a depositare grasso a livello addominale con miglioramento del rapporto vita/fianchi, la produzione epatica di glucosio con ulteriore miglioramento della glicemia specie a digiuno.

Ruolo dell’esercizio fisico aerobico nel management del diabete mellito tipo 2.

Per i motivi suddetti un esercizio fisico anche moderato è da considerarsi una terapia in grado di modificare positivamente il meccanismo patogenetico della malattia.

Numerosi studi di intervento su soggetti con intolleranza al glucosio e NIDDM come l’Oslo diet and exercise study hanno mostrato che un esercizio fisico regolare migliora la tolleranza al glucosio in più del 50% dei soggetti mentre una ricerca multicentrica condotta in Campania ha evidenziato che il miglioramento dell’HbA1c era ottenuto pur con una riduzione del fabbisogno di ipoglicemizzanti orali di circa 1/3.

Gli orientamenti attuali consentono di ritenere che più che dalla intensità e dalla durata gli effetti metabolici sono ottenuti dalla ripetitività (almeno 5 volte alla settimana) di un esercizio aerobico leggero (50/60% della VO2Max) che duri circa 30 minuti. Tradotto in termini pratici ciò significa che una passeggiata a passo svelto (circa 4 Km/h) di una mezz’oretta da fare quasi quotidianamente ha una valenza metabolica e terapeutica di grande rilievo. Questo tipo di impegno fisico è realizzabile dalla maggior parte dei nostri clienti NIDDM. Nonostante noi operatori sanitari ed i pazienti stessi siano convinti della bontà di un siffatto programma terapeutico, questo non viene seguito che da una minoranza di persone. Le ragioni di ciò sono molteplici:

  1. il paziente non si ritiene capace fisicamente di portare avanti un programma di training (bassa autostima)

  2. l’operatore sanitario non ha mai praticato attività fisica, non ne ha mai sperimentato i vantaggi e dunque e’ poco credibile e non sa usare l’arma dell’empowerement

  3. la mancanza di spazi verdi urbani e/o la presenza di iniziali complicanze cardiovascolari che richiederebbero almeno nei primi tempi di iniziare un programma di attività motoria strutturato e supervisionato in palestre ove operi personale specializzato che al momento non esiste ancora.

Per ovviare a ciò sarebbe opportuno che anche noi operatori sanitari, dando un segnale forte, condividessimo programmi di training diventando così maggiormente credibili e capaci di indurre modifiche comportamentali anche molto semplici all’inizio (per es. chiedere ai nostri pazienti di non usare mai l’auto o l’autobus per spostamenti inferiori a 1 Km. Vorrei segnalare che uno studio fondamentale su oltre 70000 infermiere americane durato 5 anni ha mostrato che quelle abituate a regolari passeggiate avevano un rischio relativo di diabete ridotto del 50% e se la velocità del passo era superiore a 4,2 Km/h il rischio si riduceva del 70% rispetto alle sedentarie. Per quanto riguarda il punto 3 la formazione di personale specializzato ad implementare un programma di allenamento per diabetici è già stata programmata dall’A.N.I.A.D. (il primo corso a Napoli nel gennaio 2002):anche essi potranno ritenersi Operatori Sanitari in Diabetologia.

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