CIBO E UMORE

CIBO E UMORE

CIBO E UMORE

Il cibo ha un grande potere: usandolo nel modo giusto può stabilizzare e migliorare il nostro umore.
Negli Stati Uniti gli studiosi notano che l’aumento dell’incidenza dell’obesità va di pari passo con l’aumento dei casi di depressione e disordini dell’umore.
E anche se alcuni esperti sostengono che non va confuso il cattivo umore con le vere e proprie malattie mentali, altri sono convinti che una dieta sana possa avere potenti effetti curativi.
In generale, il modo più efficace di stabilizzare l’umore è seguire una dieta equilibrata; questo, insieme all’ attività fisica, aiuta a tenere costante il livello di endorfine.
Ci sono poi dei cibi, secondo i maggiori esperti di nutrizione e psicologia statunitensi, che possono influenzare positivamente l’umore.
Si tratta di: salmone e pesci grassi (anche le sardine); il latte; il caffè; la cioccolata; piccole quantità di alcool; le noci brasiliane; il siero di latte; gli spinaci.
Ci sono poi i cosiddetti cibi consolatori, i quali variano da persona a persona a seconda della genetica, ma anche delle situazioni contingenti.

MESOTERAPIA

MESOTERAPIA

La mesoterapia nasce per caso in Francia circa 60 anni fa, grazie alle intuizioni del Dottor Pistor che curava un anziano calzolaio asmatico e sordo, con trattamento endovenoso di procaina (a quel tempo impiegato nell’asma con risultati soddisfacenti ma fugaci). Dopo la prima endovenosa, il paziente non ebbe alcun sollievo ai suoi disturbi respiratori, ma notò che durante la notte successiva all’iniezione intese benissimo i battiti di un orologio a pendolo nella sua stanza, cosa che non avveniva da diversi anni. A questo punto Pistor provò a somministrare la procaina per via sottocutanea il più vicino possibile all’orecchio. I risultati furono sorprendenti perché oltre al miglioramento dell’udito si verificava la scomparsa di sintomi concomitanti (vertigine,eczemi del condotto uditivo). Se le iniezioni locali di procaina possedevano tali proprietà, perché non estendere l’uso ad altri settori? Pistor intuisce le grandi possibilità di questa tecnica ed alla procaina aggiunge di volta in volta altri farmaci indicati nelle patologie da trattare.

Nasce così la mesoterapia, come tecnica che permette di introdurre il farmaco solo là dove serve,ottenendo in questo modo il massimo risultato col minimo degli effetti indesiderati che ogni farmaco può determinare. La metodica consiste nell’iniezione intradermica di sostanze farmacologiche in prossimità della sede di patologia. L’iniezione intradermica ha lo scopo di ritardare l’assorbimento del medicamento e va eseguita sulla proiezione cutanea della lesione per consentire alle molecole del farmaco di legarsi ai recettori locali prima che venga convogliato nella circolazione sistemica.

Questa tecnica è particolarmente utile nel curare:

  • le malattie dell’apparato locomotore;

  • le flebolinfopatie;

  • alcune affezioni di competenza dermatologica;

  • la pannicolopatia edemato fibrosclerotica ( “cellulite” );

  • le adiposità localizzate.

Perciò, l’introduzione per via intradermica porta alla formazione di pacchetti deposito di principi attivi che vengono liberati gradualmente, nella zona circoscritta,nell’arco di 5-6 giorni. Tutto questo assicura una determinata concentrazione di farmaci nella zona da trattare, l’assenza di effetti sistemici (è piccolissima la quantità di farmaco che viene liberato in circolo) e la possibilità di rallentare la frequenza del trattamento (fase acuta 1˚ volta la settimana, mantenimento ogni 15-30 giorni).

E’ importante introdurre il principio attivo strettamente nel derma e questo può essere fatto utilizzando degli aghi sottilissimi di 4mm di lunghezza con un’inclinazione di 45˚ e assicurandosi di formare un pomfo. Nel trattamento della cosi detta“cellulite” la Mesoterapia viene utilizzata sia per introdurre farmaci ad attività lipolitica utili per sciogliere il grasso, sia per introdurre farmaci ad azione flebotonica per migliorare la circolazione di sangue e linfa.

Sono sufficienti dalle 6 alle 10 sedute a cadenza settimanale per cancellare o quantomeno per ridurre fortemente gli inestetismi e i sintomi legati alla “cellulite”.

NARCISISMO E MEDICINA ESTETICA

NARCISISMO E MEDICINA ESTETICA

Una certa quota di narcisismo ha sempre permeato tutte le civiltà, anche quelle più primitive, ed è da ritenersi normale. E’ questo che, in misura equilibrata, è responsabile della realizzazione e del progresso del singolo uomo in prima istanza e, quindi, della Società.

D’altra parte non si può negare che la società odierna è permeata da una cultura che potremmo definire ”non fisiologicamente narcisistica”. Essa infatti, sotto la spinta di un consumismo sempre più invadente, sembra essere sempre più tesa a valorizzare la ricchezza più che l’onestà o la saggezza, la notorietà prima che la dignità, il successo più che il rispetto di sé. Oltre il traguardo della bellezza ed efficienza, oggi la nostra società propone il mito della giovinezza ad ogni costo. Paradossalmente, ora che la Scienza medica ed il benessere hanno prolungato l’età media ed allontanato l’epoca dell’invecchiamento, il mondo del lavoro sembra non avere più posto per i cinquantenni, mentre pullulano palestre per fitness e body building, solarium e saloni di bellezza; fioriscono prodotti mirabolanti che con la involontaria complicità degli sprovveduti acquirenti, raggiungono fatturazioni da record promettendo l’impossibile.

Quindi oggi, più che qualche decennio fa, la medicina estetica è costretta a tracciare un solco, sempre più sottile, tra normalità e patologia in senso lato, non comprendendo in questo termine solo le sindromi riconosciute dalla psichiatria, come il d.n.p., ma anche tutte quelle situazioni limite che fanno capo ad un narcisismo esagerato. Senza voler dettare delle impossibili “norme”, o voler trasformare ogni cultore della medicina estetica in un fine, e per altri versi dispotico psicologo, crediamo che sia necessario sottolineare:

la presenza di questi stati psicologici che possono portare a richieste di prestazioni di medicina estetica immotivate, o esagerate sul piano della frequenza o quantità o qualità;

il diritto-dovere, da parte dell’operatore, di opporsi a tali richieste abnormi;

la necessità, per l’operatore, di non farsi trascinare dal suo senso estetico o dalla vanagloria professionale, ma di valutare sempre la propria opera in un quadro realistico di beneficio globale, non solo estetico, per il paziente;

l’opportunità di una stretta collaborazione, nei casi appena men che chiari, con uno psicologo esperto in questo campo, capace anche di una valutazione con test di personalità, che potranno essere molto utili in senso medico legale in caso di eventuali contestazioni.

IL NARCISISMO

IL NARCISISMO

Attualmente si fa un uso piuttosto generico del termine Narcisismo, indicando con esso un eccessivo amore di sé: si parla infatti di difese narcisistiche, ferite narcisistiche, trauma narcisistico, disturbo narcisistico di personalità, spaziando ampiamente dal campo della normalità a quello della patologia.

Chiariamo allora che per narcisismo intendiamo una istanza psichica strettamente collegata con la formazione dell’Io e l’identità del soggetto.

Mentre l’Io è la funzione che collega l’individuo con l’esterno, il narcisismo rappresenta l’istanza fondamentale che regola quella continua necessaria tensione del soggetto tra il desiderio-bisogno di rapportarsi con l’altro, che implica la dipendenza, ed il desiderio-bisogno di essere riconosciuto, che implica l’identità e l’autonomia.

A seconda della inclinazione maggiore o minore verso il polo della dipendenza o verso quello dell’autonomia il soggetto vedrà variare anche il suo vissuto corporeo ed il suo modo di rapportarsi agli altri.

Per comprendere le manifestazioni di un narcisismo distorto, disarmonico, possiamo ricorrere ad una breve descrizione della sintomatologia clinica del cosiddetto “disturbo di personalità narcisistico” (D.N.P.), in quanto essa ci può far comprendere anche le caratteristiche dei semplici tratti di personalità, che sono simili, ma molto meno accentuate, così da rientrare nell’ampio range della cosiddetta “normalità”

In genere pazienti con d.n.p., nelle relazioni con gli altri, fanno riferimento, con una frequenza inconsueta, a sé stessi, mostrando un grande bisogno di essere amati ed ammirati, indice di un evidente contrasto con il concetto ipertrofico del loro (falso) Sé.

La vita affettiva è caratterizzata dal bisogno costante di essere apprezzati ed ammirati, e si sentono inquieti, diventando irritabili ed aggressivi, quando gli oggetti esterni che sostengono la loro grandiosità, vengono meno.

C’è una notevole ostilità repressa ed una invidia che porta ad idealizzare gli oggetti da cui si attendono benefici narcisistici, mentre svalutano e disprezzano tutti coloro da cui non si aspettano niente o che non si conformano ai loro bisogni ed aspettative.

In genere il rapporto con gli altri è basato su di uno sfruttamento più o meno intenso, che è legato alle loro incapacità di comprendere e immedesimarsi nell’altro.

E’ come sé fossero convinti di avere il diritto di controllare e possedere gli altri, di utilizzarli senza alcun senso di colpa e spesso dietro una facciata a volte brillante ed affascinante (Fairbairn) si avverte una notevole freddezza ed indifferenza.

L’assenza, in quei soggetti, di qualsiasi capacità empatica, la rabbia cronica, spesso repressa, l’ipertrofia del Sé, il controllo onnipotente uniti alla svalutazione dell’altro, costituiscono il falso Sé del disturbo narcisistico di personalità.

Nelle persone in cui la strutturazione del carattere non ha subìto danni così intensi, possiamo ritrovare solo alcuni dei tratti su descritti, più o meno ben dissimulati.

Ciò che accomuna le personalità narcisistiche, arrivino o no ad una vera patologia psichica, è dunque questo eccessivo investimento nella propria immagine. I narcisisti negano i sentimenti in contrasto con l’immagine che inseguono. Si tratta quindi di un’immagine più apparente che reale, tesa a cogliere consensi più che vero affetto, più esteriore che interiore, “estetica” più che psichica.

RIFLESSOLOGIA PLANTARE

RIFLESSOLOGIA PLANTARE

Il massaggio del piede, ribattezzato in Occidente con l’etichetta di “Riflessologia Plantare”, ha radici antichissime.

I primi cenni di riflessologia risalgono a circa 5000 anni fa, in Cina e in India, con trattamenti basati sulla pressione di punti precisi del piede, in alcuni casi coincidenti con quelli dell’agopuntura.

Il vero fondatore della riflessologia “moderna” occidentale è William H. Fitzgerald; il medico americano di Boston si accorse che esercitando accurate “digitopressioni” sul piede era in grado di eseguire piccoli interventi di chirurgia senza anestesia.

I piedi hanno una straordinaria ricchezza di informazioni nervose, le quali hanno un’azione riflessa su tutto l’organismo. Sono parte del corpo in stretto collegamento con le altre, e il collegamento avviene sempre in grado all’intervento del cervello, che riceve un massaggio, lo decifra e invia una risposta là dove questa è stata richiesta.

Praticando la riflessologia la sensazione che si prova è una spiccata rilassatezza, un avvolgente senso di calore e accadimento. La mente rallenta i propri ritmi, favorendo il collegamento alle percezioni corporee e aprendo la via ad una dimensione di benessere. Il percorso terapeutico varia da soggetto a soggetto; mentre immediati sono i benefici relativi a distensione e disintossicazione, la durata dei cicli di trattamento mirati ad un problema specifico dipende dalla risposta individuale. E’ chiaro, comunque, che gli squilibri organici o malattie psicosomatiche che si trascinano da più tempo e di natura grave avranno bisogno di una serie di interventi più lunghi. Nel processo di riconquista dell’equilibrio, si possono verificare alcuni effetti indesiderati che si configurano come vere e proprie “crisi di assestamento”, ma che segnalano la vicinanza dello scopo ultimo della terapia riflessogena. Tra questi fenomeni (tutti di carattere transitorio) si annoverano l’aumento delle eruzioni cutanee, l’incremento della sudorazione e della secrezione del naso e della bocca, l’innalzamento dei valori dell’attività intestinale e di quella della vescica urinaria.

LA MAHONIA

LA MAHONIA

La Mahonia aquifolium (Oregon grape) è un piccolo albero appartenente alla famiglia delle Berberidacee, tipico del nord-ovest americano. Oltre ad aquifolium, esistono diverse specie di Mahonia , come la repense e la nervosa, utilizzate dalla medicina tradizionale cinese che ne adopera sia le foglie, che le radici che il fusto o rizoma dove sono contenuti i principi attivi: Alcaloidi isoquinolinici come la Berberina (radice), Berbamina (R), Oxyacantina (R), Oxyberberina (R), Benzylisoquinoline, Canadina (P), Mahonia (P), Idrastina (R), Magnoflorina (P), Jatrorrizina (P).

Molti studi scientifici sono stati effettuati dal 1978, evidenziando i benefici antimicrobici, antifunginei ed antiparassitari, antinfiammatori e antipiretici.

Berberina, Jatrorrizine, Magnoflorin sono alcaloidi della mahonia con maggior attività antiossidante risultando ottimi spazzini dei radicali liberi; la loro efficacia in tal senso sembra dovuto sopratutto al loro aspetto strutturale (C2 OH 18 NO4).

Risalgono al 1992 i primi studi clinici sull’uso terapeutico della Mahonia nella psoriasi, ed hanno dimostrato che l’estratto di corteccia di aquifolium Mahonia è un inibitore della crescita dei cheratinociti. Di recente è stata scoperta l’attività antielastolitica della Berberina: essa inibisce l’elastasi della saliva umana in vitro, e questo spiega perché l’utilizzo di creme con mahonia determina un miglioramento del tono della pelle.

Uno studio recentissimo riporta l’efficacia della Berberina nell’impedire ai raggi UV la riduzione di procollagene tipo I indotta da Metalloproteinasi della Matrice MMP-1 nei fibroblasti della cute umana.