LA RADIOFREQUENZA

LA RADIOFREQUENZA

E‘ una metodica innovativa che sfrutta il trasferimento energetico all’interno del corpo umano, tramite una corrente di bassa intensità e di frequenza variabile, con cui si induce una biostimolazione attiva sia a livello cellulare sia della matrice extracellulare con effetto rigeneratore delle funzioni. Il corpo umano è composto da una grandissima quantità di molecole, i cui atomi costitutivi sono in perenne velocissimo movimento. Questi movimenti determinano spostamenti di energia e di informazioni chimico-fisiche, tali da generare una sorta di dialogo tra cellule sensibilizzate a livello recettoriale. Tutto ciò è alla base di ogni funzione del nostro organismo.

La radiofrequenza determina una serie di effetti sull’organismo umano.

Tra essi citiamo l’effetto energetico, che prevede la cessione di energia al tessuto biologico con effetto di trasformazione dell’ADP in ATP e produzione di energia; l’effetto termico, determinato dall’urto fra gli ioni in movimento con formazione di iperemia locale ed incremento del consumo di ossigeno e di nutrienti.

Fondamentali sono le potenze utilizzate dal macchinario di radiofrequenza, perché esse determinano effetti diversi. Un basso livello energetico corrisponde più o meno al 20% della potenza della macchina ( ovviamente è relativa al tipo di macchinario). In questo caso non si ha sviluppo di calore, ma un notevole effetto biostimolante sulla cellula e sulla matrice, con trasformazione dell’ADP in ATP. Risulta particolarmente utile per ringiovanire i tessuti, grazie al grande incremento dell’attività dei fibroblasti. Infatti queste cellule attivate producono collagene ed acido ialuronico, elementi essenziali per una pelle più giovane. In ortopedia potenze basse si applicano per tutti i casi di frattura ossea, determinando una più rapida guarigione.

Un medio livello energetico corrisponde più o meno al 40% della potenza della macchina. Si ha solo un leggero effetto termico con aumento del consumo di ossigeno e dell’effetto biostimolante con trasformazione dell’ADP in ATP. Importante è anche l’incremento del microcircolo e del drenaggio linfatico. Questa modalità applicativa è indicata nelle lesioni articolari,tendinee e ligamentose. Va sottolineato come questa potenza è molto utile in tutti gli inestetismi nei quali è presente lassità dei tessuti con riduzione del tono muscolare. Infatti risultati eccellenti si hanno nel trattamento dei glutei, del seno e dell’interno braccia e coscie.

Un alto livello energetico corrisponde ad oltre il 40% della potenza dell’apparecchiatura. Si ha un grande effetto termico, variabile in relazione alle dimensioni dell’elettrodo, ma con minore effetto biostimolante. Predomina l’incremento del microcircolo e del drenaggio linfatico. Questo tipo di applicazione è indicata nella ritenzione idrica ed in tutti i tipi di cellulite. Infatti la riattivazione del microcircolo, determina una riossigenazione di quei tessuti che nella pannicolopatia edemato fibro sclerotica si infarciscono di scorie cataboliche e tossine. Abitualmente è più utile utilizzare potenze medio-basse per patologie acute e potenze più alte per patologie croniche.

L’unica controindicazione vera all’applicazione terapeutica mediante radiofrequenza, è la presenza di un pace – maker, che può interagire con il campo magnetico creato dalla corrente. La presenza di una protesi metallica,al contrario,data la sua bassa resistenza,genererà solo un lieve effetto termico,comportandosi come un normale conduttore metallico.

La radiofrequenza provoca ionizzazione delle molecole tessutali e gli atomi che si liberano, urtandosi fra di loro, si trasmettono reciprocamente il movimento, provocando onde acustiche registrabili ( fononi ). Una parte dell’energia liberata da questo processo viene trasformata in energia vibratoria e,quindi,in calore. E’ questo il calore che viene avvertito quando si usano potenze medie ed alte.

Non solo, ma l’impulso elettrico fornito dalla radiofrequenza non differisce dal normale impulso nervoso che attraversa la matrice extra cellulare lungo le diramazioni nervose.


La radiofrequenza influenza il tono vasale del letto capillare, tramite il rilascio di neurotrasmettitori da parte del sistema nervoso simpatico, che agiscono sulla muscolatura liscia della tunica media dei vasi sanguigni . Come esito finale si ha una produzione di ATP con un ciclo ritmico in accordo di fase con la contrazione muscolare. La vasodilatazione, poi, comporta un maggiore afflusso di ossigeno e di nutrienti per i tessuti. In un tessuto patologico, destrutturato, come si ha ad esempio nella cellulite, si ha liberazione da parte dello stesso di tossine, capaci di determinare un potenziale elettrochimico diverso rispetto ai tessuti sani circostanti. La radiofrequenza permette di ripolarizzare il tessuto lesionato, fornendo il necessario apporto metabolico, tramite l’incremento del flusso arteriolare e del deflusso venulare e linfatico e l’energia necessaria allo scopo, proviene dal tessuto stesso stimolato dall’energia fornita dall’apparecchiatura. Fra il tessuto patologico e quello sano ben ossigenato,si stabilisce una differenza di potenziale
elettrochimico come si può avere in una batteria. Si forma una vera e propria “batteria biologica“, in cui i vasi sanguigni possono essere paragonati a dei cavi elettrici isolati. Essi collegano il tessuto sano con quello patologico e, tramite il passaggio transendoteliale di O2 e di nutrienti favorito dalla radiofrequenza, ne permettono il processo di guarigione. Condizione necessaria e sufficiente perché questo avvenga,è che la matrice mantenga le sue caratteristiche conduttrici o le recuperi e ciò avviene allorchè essa è più fluida ( stato di sol).
La radiofrequenza ha la capacità di mantenere o recuperare lo stato di sol della matrice permettendo il passaggio delle informazioni.

In conclusione si può affermare che questa metodica può essere applicata con successo, oltre che in numerose patologie osteo-articolari, nei seguenti inestetismi:

Cellulite , Adiposità localizzata , Lassità cutanea, Ritenzione idrica , Rughe, Cicatrici, Smagliature, Borse oculari, Acne.

FOTOTERAPIA CON UVB

FOTOTERAPIA CON UVB

Per fototerapia con UVB si intende l’utilizzo a scopo terapeutico di radiazioni ultraviolette, con lunghezza d’onda compresa tra 315 e 280 nm.
Oggi è ampiamente utilizzata con risultati incoraggianti nel trattamento di molte affezioni cutanee. Questa metodica è stata infatti  applicata con successo nella cura della psoriasi,  della vitiligine e di altre comuni malattie della pelle, come l’acne o la dermatite seborroica.


I vantaggi ottenuti e gli apprezzabili miglioramenti in patologie dermatologiche alimentano un crescente interesse nei riguardi della fototerapia. Per questo oggi, molti ricercatori focalizzano la propria attenzione su tale terapia innovativa e i lori sforzi sono rivolti alla totale comprensione del suo meccanismo d’azione. I raggi UVB raggiunta la cute, sono in gran parte assorbiti dallo strato corneo, totalmente dallo strato malpighiano e dal derma. Precedenti lavori hanno riportato che a livello molecolare la radiazione emessa dalla sorgente luminosa viene assorbita da cromofori endogeni, ed in particolar modo dal Dna nucleare. Gli UVB, infatti, sono un agente mutageno ben noto, in grado di indurre la formazione di fotoprodotti nel Dna: i dimeri di pirimidina. Le lesioni al Dna e l’interazione con la sua sintesi sembrano prender parte al processo di riduzione dell’iperproliferazione caratteristica delle cellule epidermiche nelle lesioni psoriasiche.

Inoltre, le radiazioni UVB regolano il prodotto del gene soppressore dei tumori p53, coinvolto nel controllo del ciclo cellulare, suggerendo un ruolo importante sia nell’apoptosi in cellule dell’eritema che nell’insorgenza di tumori della pelle. Altri rilevanti bersagli dei raggi UVB sono l’induzione del rilascio delle prostaglandine e l’alterazione dell’espressione delle citochine, in particolar modo della IL-6 e IL-10, implicate nella fototossicità da UV  e nella soppressione del sistema immunitario. Evidenze sperimentali in topi riportano che gli UV causano scomparsa dell’allergia da contatto, ritardo dell’ipersensibilità e della sorveglianza immune contro il carcinoma.

E’ dunque evidente come i suddetti meccanismi siano ugualmente importanti sia per l’efficacia terapeutica che per gli effetti collaterali.  Infine sono stati osservati ma non del tutto chiariti, effetti molecolari indipendenti dal danno al Dna, in grado anch’essi di regolare l’espressione genica mediante interazione con recettori di membrana. Anche se alcuni aspetti relativi ai meccanismi di azione della fototerapia sono tuttora oggetto di studio e discussione, la fototerapia si è comunque rivelata come uno dei più validi strumenti terapeutici con vasti campi di applicazione.

LA FOTOTERAPIA NELLA VITILIGINE

LA FOTOTERAPIA NELLA VITILIGINE

La vitiligine è una patologia acquisita e talvolta a carattere familiare caratterizzata da una riduzione nella produzione di melanina.

Questo tipo di ipopigmentazione si manifesta con la comparsa di chiazze bianche sulla pelle e colpisce lo 0.5-4% della popolazione mondiale, senza distinzione di sesso e razza. La causa della carenza dei melanociti è sconosciuta ma può essere imputata ad un difetto genetico coinvolgente il sistema immunitario sul quale possono agire numerose concause quali stress, traumi fisici o malattie virali.

I metodi più interessanti per la cura della vitiligine e di altri disturbi cutanei come l’acne, sono rappresentati dalla terapia PUVA e soprattutto dall’irradiazione con raggi UVB a banda stretta. In uno studio comparativo recente, un gruppo di pazienti affetti da vitiligine sono stati trattati per quattro mesi sia con terapia locale PUVA che con raggi UVB separatamente. Nei risultati, il trattamento con UVB mostra un buon livello di ripigmentazione pari al 67% dei casi, rispetto al 46% dei pazienti trattati con PUVA.

Un possibile meccanismo coinvolto nella ripigmentazione sembra sia determinato dalla capacità dei raggi UVB a banda stretta di indurre la proliferazione dei melanociti, stimolando la liberazione di citochine e mediatori infiammatori. Gli studi attuali mirano a identificare i potenziali effetti di sostanze additive. Fin ora è certo che l’uso di una crema a base di un composto inorganico, la pseudocatalase, in combinazione con gli UVB a banda stretta non sembra apportare miglioramenti. Un’altra ricerca simile considera invece il valore della fototerapia con UVB da sola o in associazione con la vitamina B12 e l’acido folico, deficitarie in alcuni casi di vitiligine. Si suppone che queste due sostanze siano coinvolte nella biosintesi della melanina. In realtà i risultati indicano che il livello di ripigmentazione non differisce nei due trattamenti.

I raggi solari costituiscono da sempre un naturale rimedio e stimolazione per la nostra pelle. Lo scopo della fototerapia è quello di riprodurne nel modo più autentico gli effetti benefici, limitando però i rischi. Ci sono sufficienti evidenze che confermano la fototerapia con UVB a banda stretta come la principale e maggiormente valida monoterapia per il trattamento di molte dermatiti. Il valore terapeutico della fototerapia è oggi ben documentato, tuttavia i rischi, gli effetti collaterali e i meccanismi biomolecolari sono ancora poco conosciuti. Attualmente la ricerca è rivolta all’identificazione di possibili sostanze additive in grado di incrementare l’attività dei raggi UV e di ridurre la dose cumulativa d’esposizione.

LA FOTOTERAPIA NELLA PSORIASI

LA FOTOTERAPIA NELLA PSORIASI

Le radiazioni UVB a banda stretta sono correntemente utilizzate nel trattamento della psoriasi, dove sono stati ottenuti successi sorprendenti in molti casi. La psoriasi è una malattia cutanea ad andamento cronico, che colpisce il 4-5% della popolazione, caratterizzata da papule e placche desquamanti, argentee e ben circoscritte determinate da un aumentato turnover cellulare(2-7 gg).

L’estensione dell’interessamento cutaneo può variare da aree localizzate di modeste dimensioni, fino al coinvolgimento dell’intera superficie corporea. Esistono numerose forme cliniche della psoriasi e la sua eziologia rimane sconosciuta.  

La scelta del regime fototerapeutico deve essere fatta considerando la risposta precedente del paziente al trattamento, il tipo di pelle e la gravità della malattia. Esistono diversi schemi terapeutici di trattamento, in genere i pazienti sono irradiati con una frequenza di 2-5 volte alla settimana, partendo con una dose iniziale che raggiunge il 75-100% della dose minima eritematogena (DME), che viene aumentata del 15-30% ogni giorno.

L’eritema compare entro 24 ore dall’esposizione, e sebbene può intensificarsi con il crescere delle dosi durante il trattamento, è auspicabile mantenere una reazione eritematosa appena percettibile da utilizzare come dosimetro clinico. Gli effetti collaterali acuti della fototerapia sono simili a quelli di un’esposizione eccessiva alla luce solare, consistono in un eritema ritardato, edema e bolle, secchezza, prurito e ricorrenti eruzioni di herpes simplex, mentre quelli a lungo termine sono più gravi e comprendono il fotoinvecchiamento  e il cancro della pelle. Solitamente la f. con UVB viene utilizzata in associazione con diverse sostanze topiche come steroidi, catrami, antralina, calcipotriolo e tazarotene o combinato con altri approcci fotorapeutici.

In particolare uno di questi agenti, il calcitriolo, è stato utilizzato per il trattamento della psoriasi fin dal 1994, ma in realtà non è stata osservata alcuna prova a favore del suo utilizzo. In uno studio retrospettivo sono stati messi a confronto per efficacia e sicurezza tre modalità differenti per il trattamento della psoriasi: gli UVB, i PUVA e i bath PUVA.

I risultati dell’esperimento non hanno evidenziato alcuna differenza significativa, se non per la comparsa degli effetti collaterali acuti, più frequenti negli UVB e PUVA rispetto nel bath PUVA.

In conclusione esiste dunque un buon compromesso tra effetti collaterali ed esiti terapeutici che accrescono sempre più l’uso della fototerapia nella psoriasi.